La città di Alessandria e la sua provincia sono conosciute per le loro fortificazioni. Le più famose sono la Cittadella di Casale Monferrato e quella della stessa Alessandria. Molti però non sanno che esistono altri forti, costruiti in luoghi strategici per dar vita a un vero e proprio sistema difensivo. Uno di questi è il Forte Bormida.

La fortezza è stata costruita nel periodo della II Guerra d’indipendenza del Risorgimento italiano, nel periodo in cui Cavour, il grande tessitore, aveva stretto accordi con la Francia per assicurarsela come alleata nella conquista delle regioni del Nord Italia, fino a quel momento in mano all’Impero Austro-Ungarico. Nello stesso periodo Garibaldi (probabilmente aiutato in segreto dallo stesso Cavour) stava mettendo a punto il piano di conquista del Sud Italia, il Regno delle Due Sicilie, dominato dai Borboni.

La costruzione del Forte Bormida fa parte del progetto del «campo trincerato» intorno alla città, progettato da Sobrero a controllo dei fiumi Tanaro e Bormida. Il progetto seguiva quello precedente di Francois-Charles-Louis de Chasseloup-Laubat, generale di divisione incaricato dai Savoia di perfezionare il sistema difensivo della zona, anche alla luce della pesante sconfitta riportata dal Regno di Sardegna nella I Guerra d’indipendenza del 1848. Il progetto originale prevedeva ben otto forti, che avrebbero dovuto rompere l’attacco nemico senza farlo giungere alla fortezza principale di Alessandria oltre il Tanaro; però, per tutta una serie di ragioni, ne vennero edificati solo tre: i forti Acqui, Ferrovia e Bormida.
La morfologia del Forte Bormida è tipica delle roccaforti ottocentesche. Ha un fossato perimetrale su cui affacciano bastioni connessi alle mura, un edificio centrale, tre polveriere e due poligoni di tiro in galleria. Le strutture sono in muratura portante con mattoni pieni, soffitti a volta, tetto con orditura di legno e copertura di coppi. Il forte copre in totale circa 250mila metri quadrati.

Prima di accedere alla vera e propria fortezza occorre attraversare l’area esterna, che nella seconda metà del ‘900 era stata adibita a percorso di guerra per l’addestramento dei militari, quando ancora in Italia c’era la leva obbligatoria (a testimonianza di ciò si trovano ancora qua e là, su muri e porte, scritte che testimoniano la fine del periodo di naja, o “l’alba”) e nella quale sono state costruite diverse strutture di servizio, tra cui magazzini e infermerie.


Una delle tante curiosità riguardo il Forte Bormida (e gli altri due) riguarda i moderni e solidi cannoni di cui vennero dotati, i quali vennero acquistati anche grazie alle cospicue donazioni di tantissimi patrioti, molti dei quali residenti all’estero. Questi cannoni però non hanno mai sparato, perché il fronte di guerra nel frattempo si era spostato lontano da questi luoghi. Oggi ovviamente non c’è più traccia di quelle imponenti armi, ma con un po’ di fantasia ci si può immaginare come e dove fossero posizionati.

La fortezza vera e propria è molto interessante, sia dal punto di vista architettonico che storico. A proposito di storia, quello che personalmente ho trovato molto affascinante è lo spazio riservato alle celle per i prigionieri. Sì, perché in questo forte (come in molti altri, soprattutto nell’epoca risorgimentale) venivano reclusi sia i disertori che i dissidenti politici. Da quanto sono riuscita a capire nel giugno 1868 il Forte Bormida venne adibito a carcere fisso, con una infermeria fissa, cominciando con una ventina di detenuti. Tra gennaio e giugno del 1869 il numero dei reclusi arrivò a 400. Nelle celle, anguste e buie, sono rimaste ancora molte scritte dei detenuti, risalenti a varie epoche. Non nego che questo luogo mi ha fatto una certa impressione.


La fortezza, nel complesso, è un ambiente molto austero, come probabilmente erano tutte queste strutture all’epoca. Al piano superiore si distinguono ancora quelle che dovevano essere le stanze degli ufficiali, con qualche comodità in più, come una cucina indipendente. A parte questo è comunque un luogo in cui doveva vigere una ferrea disciplina, per tutti.

Uno degli episodi più tragici documentati avvenuti in questo luogo riguarda l’uccisione di un partigiano da parte delle camicie nere il 4 febbraio 1945. La vittima si chiamava Federico Avio, classe 1905, operaio dell’Ansaldo. La sintesi dei fatti è questa : In qualità di commissario politico della brigata “Arzani”, Nell’inverno del 1944/45 scende in pianura per gli assalti delle ingenti forze del nemico ai gruppi partigiani, trovando dimora a Castelnuovo Scrivia. Negli ultimi giorni del mese di gennaio ’45, mentre era in missione a valutare le condizioni del ponte di Castelnuovo fu sorpreso da alcune camicie nere e, scortato, fu condotto in caserma a Tortona. Avio non rispose a nessuna delle domande che gli vennero poste nel comando di Tortona. Per questo venne trasferito ad Alessandria, dove esisteva un comando delle brigate nere meglio attrezzato per la tortura. Venne così nuovamente seviziato ed interrogato ma non parlò. Condotto al forte sulla Bormida, alle porte di Alessandria, fu fucilato dai fascisti il 4 febbraio. Il suo corpo fu abbandonato in via Grilla, nella campagna che conduce alla statale, a pochi metri dal ponte sulla Bormida. Ritrovato il 6 febbraio, fu trasportato al cimitero di Castelceriolo. (dal sito straginazifasciste.it). Il 9 maggio 2015 è stata posta una lapide sul luogo della fucilazione.
Come spesso capita luoghi di questo genere hanno visto succedere molti fatti tristi ed esecrabili, ma rimangono lo stesso un pezzo importante della nostra storia, che merita di essere ricordata.

Sembra ci siano però buone nuove in arrivo. E’ degli ultimi giorni infatti la notizia che la Soprintendenza di Alessandria si è aggiudicata un bando del ministero della Cultura per poter recuperare questa fortezza insieme alle altre due. Speriamo davvero che il progetto vada a buon fine.
Vi lascio con qualche altra immagine della fortezza.






Fonti: alessandriaoggi.info; agenziademanio.it; alessandrianews.ilpiccolo.net; lastampa.it; straginazifasciste.it