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Istantanee da un tempo lontano

Sono passati molti anni dalla pubblicazione del nostro primo libro e innumerevoli esplorazioni si sono succedute. Alcune le abbiamo documentate nei tre volumi che abbiamo dato alle stampe, molte altre sono rimaste impresse in primis nei nostri cuori ma anche, più prosaicamente, nelle cartelle di file dei nostri computer.

Proprio per questo motivo abbiamo deciso di pubblicare un breve e-book con cui vogliamo rendervi partecipi proprio di alcune di queste esplorazioni, tramite alcune fotografie che, secondo noi, le rappresentano al meglio.

Troverete alcuni “classici” dell’urbex, come la casa del soldato, la villa dello stilista, la casa del grande lampadario e molti altri luoghi, conosciuti o meno. Luoghi affascinanti ed evocativi, capsule del tempo in equilibrio precario, a cui a volte basta davvero poco per scomparire del tutto.

La casa del cavallino a donodolo

Occorre inoltre tener presente che in questo lungo lasso di tempo molti di questi posti sono cambiati profondamente: molti stanno inesorabilmente collassando su se stessi, alcuni sono stati chiusi e resi inaccessibili, altri sono stati acquistati, sgombrati e completamente trasformati.

Le istantanee che troverete in questo libro fissano e cristallizzano momenti e situazioni che, nella maggior parte dei casi, non sono e non saranno più riproducibili.

La villa dello stilista

Quindi, se state andando in vacanza e non sapete cosa leggere ma nello stesso tempo non avete voglia di appesantire la valigia, questo e-book è la soluzione che fa per voi. Qua sotto vi lasciamo il link dove poterlo acquistare. Buona lettura!

https://store.youcanprint.it/istantanee-da-un-tempo-lontano/b/e369ba7d-be8b-51d9-b6a2-5d6f9607d8aa

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Ferrovia verso il nulla

In Piemonte, tra il vercellese e il biellese, a poca distanza gli uni dagli altri, si trovano depositi e treni abbandonati, simboli di quella che è stata una delle più importanti espressioni della prima e seconda Rivoluzione industriale: la strada ferrata

Ce lo ricorda Giovanni Pascoli nella sua poesia La via ferrata, l’impatto della ferrovia nella società di fine ‘800 inizio ‘900; la ferrovia diventa un nuovo elemento del paesaggio e rivoluziona in qualche modo il rapporto dell’uomo con la natura. Anche Carducci nell’Inno a Satana celebra la locomotiva a vapore come simbolo del progresso, che corre in avanti, sferragliando e fumando, togliendo a Dio il primato sul destino dell’uomo.

Per oltre un secolo il treno è stato l’unico mezzo di trasporto utile a coprire lunghe distanze, che prima era impensabile pensare di percorrere in sicurezza e in salute. La rete ferroviaria ha permesso di unire nazioni, popoli e mercati ed è stata fonte di lustro e prestigio per le nazioni che per prime ne hanno visto le potenzialità e l’hanno progressivamente perfezionata, in un mondo in cui, fino a quel momento, si poteva viaggiare solo con la fantasia.

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Con l’avvento dell’automobile prima e dell’aereo poi, il treno ha via via perso il suo appeal, anche se rimane ancora oggi uno dei mezzi di trasporto più usati. Eppure, nonostante questo, in Italia riusciamo a mandare in malora depositi e officine ferroviarie un tempo fiore all’occhiello della nostra economia. Nello specifico, qui in Piemonte si trovano, a poca distanza l’uno dall’altro, un piccolo deposito e uno grande, adibito a vera e propria officina ferroviaria, che contiene ancora molti macchinari e oggetti, insieme a qualche vecchia locomotiva e un vagone. A poca distanza, sotto un cavalcavia, si trova anche una vecchia locomotiva a vapore, che starebbe sicuramente meglio in un museo, piuttosto che esposta alle intemperie e ai soliti vandali.

Non è dato sapere quale sarà il destino di queste strutture, che per molti aspetti sono un vero e proprio museo dell’industria e dell’ingegno italiani. Ma noi, si sa, non siamo in grado di valorizzare il nostro patrimonio culturale che giace, il più delle volte, nell’oblio.

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La raffineria della discordia

Qualche anno fa, percorrendo una strada provinciale, mi sono imbattuta in una struttura abbandonata che all’inizio ho fatto fatica a identificare. Solo una volta tornata a casa, grazie al suggerimento di un amico, sono riuscita a capire di cosa si trattasse e a ricostruirne la storia.

L’ingresso della casa del custode, nascosto dai rampicanti

Di quella che doveva essere, almeno nei progetti, un’enorme raffineria adesso rimangono solo due edifici, uno credo ospitasse gli uffici, l’altro l’alloggio del custode. Ma vera la domanda è cosa ci faccia una raffineria di greggio nel bel mezzo del Monferrato. Per rispondere a questo occorre partire dall’inizio. Le informazioni che ho provengono da un articolo de “IlMonferrato.it” del 2019, a firma Aldo Timossi, intitolato La battaglia della Maura.

Uno degli uffici

Ma andiamo con ordine… Verso la metà del secolo scorso, dopo la II guerra mondiale, un imprenditore decise di acquistare un distributore di benzina, creò la ditta SICOM e cominciò a commerciare prodotti petroliferi per autotrazione e riscaldamento della Calfex (unione tra Castrol e Texaco). Dopo qualche tempo l’azienda cambiò nome in MAURA SPA dal nome della figlia del proprietario. Lo stesso proprietario aveva progetti grandiosi per la ditta, che voleva ingrandire e che aveva ottenuto nel 1973 a tal proposito da Roma e dalle istituzioni preposte l’autorizzazione per un ampliamento a 300.000 tonnellate.

Documenti accatastati in una stanza al piano superiore della palazzina degli uffici

I lavori iniziarono, ma l’imprenditore chiese l’autorizzazione per un ulteriore ampliamento, prima a un milione di tonnellate di greggio, poi addirittura a tre. questo portò i comuni interessati a farsi molte domande sull’effettivo impatto ambientale dell’operazione, e dal sì presto propendettero per un no secco, cosa che però non fermò i lavori che presto si scoprì stavano andando ben oltre i permessi per le 300.000 tonnellate. L’idea del proprietario era inoltre quella di collegare l’azienda, tramite 1.800 metri di oleodotto, alla pipeline della SNAM che arrivava (e arriva) a Volpiano.

Gli uffici, ormai devastati

Nel frattempo da Roma si decise per la sospensione di tutte le licenze di raffinazione non ancora utilizzate, come quelle della Maura. Nonostante ciò i lavori continuarono, in un clima per nulla disteso. L’opposizione dei comuni e delle istituzioni locali fece sì che i lavori venissero sospesi nel 1974. Nel 1979 l’azienda venne sottoposta a un concordato preventivo e nel 1984 dichiarò fallimento. Fu venduta all’asta a fine anni ’80 e per un certo periodo venne usata per stoccare materiali petroliferi inquinanti provenienti da altri siti. A fine anni ’90 si decise per una grande bonifica, tutto (o quasi) fu demolito e della Maura non sopravvisse nemmeno il ricordo.

Altri uffici…

Adesso quel che rimane della raffineria è ormai inghiottito, fagocitato dalla vegetazione, devastato dai vandali e dimenticato da tutti. La natura si sta riprendendo, com’è giusto che sia, quello che l’uomo le aveva indebitamente sottratto.

La natura si riprende ciò che è suo…
Casse di carotaggi per verificare l’inquinamento del terreno nel sito della raffineria
La palazzina degli uffici

Fonte: IlMonferrato.it, “La guerra della Maura”, Aldo Timossi, 2019

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Vite dimenticate

Non ho voglia di tuffarmi in un gomitolo di strade, ho tanta stanchezza sulle spalle. Lasciatemi qui, come una cosa posata in un angolo e dimenticata. (da Natale di Giuseppe Ungaretti)

Praticare esplorazione urbana non vuol sempre dire avere a che fare con ville, palazzi e castelli. Spesso ci si imbatte in semplici abitazioni, dimore un tempo di famiglie “normali” che, per un motivo o per l’altro, sembra nessuno ricordi più. Una di queste abitazioni la chiamerò “la casa del cavallo a dondolo”.

A metà tra una casa e una villa, con tante stanze da letto, soffitti affrescati, arredamento anni Cinquanta ma anche con bagno e cucina in puro stile anni Settanta, un mix piuttosto strano a dire il vero.

Qualcuno ha messo in bella mostra su un letto un manifesto funebre del 1943 relativo alla morte di un ragazzo di 27 anni vicino a uno scatolone con diversi quaderni scolastici, molti degli anni Venti. Erano i suoi quaderni delle elementari? Anni in cui quel bambino non aveva idea di cosa il destino avesse in serbo per lui.

Ma la vita continua, la casa è stata abitata nei decenni seguenti forse dai genitori e dalla sorella, che a sua volta ha avuto dei bambini. Ci sono infatti diversi giocattoli sparsi in giro per le stanze: una macchinina a pedali, un carrarmato, una gru, un cavallino a dondolo. Probabilmente c’era un maschietto tra i bambini che abitavano qua. Chissà, forse aveva lo stesso nome dello zio. Ovviamente queste sono solo ed esclusivamente mie supposizioni, è la fantasia che corre…

Nella sala da pranzo è presente il nastro di una corona funebre più recente, probabilmente relativa all’ultimo occupante della casa. Forse in un primo momento i parenti avevano incominciato a mettere via le sue cose poi tutto si è fermato. I vestiti, i mobili, i soprammobili, i giocattoli, tutto è da allora rimasto lì, come in un limbo. Vite, felicità, dolori, ricordi, tutto è immobile, immerso in un’atmosfera particolare, piuttosto triste in verità.

Abitazioni di questo genere portano a farsi domande sul significato della vita e della morte, sul fatto che gli uomini si affannano per tutta la durata della loro esistenza a costruire qualcosa per sé ma anche per lasciare qualcosa agli altri, un ricordo, una testimonianza. Ma, alla fine, davvero tutte le persone che non ci sono più rimangono nei ricordi di chi sopravvive?

Chissà se qualcuno ancora si ricorda degli abitanti di questa casa o se di loro rimane solo un eco che va via via spegnendosi…

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Il B&B di Barbie

Le colline del Monferrato, in Piemonte, oltre a essere molto interessanti dal punto di vista paesaggistico, nascondono molti tesori abbandonati: castelli, ville, palazzi, chiese e molto altro.

Il terrazzo con il dondolo

Girovagando qua e là ci siamo imbattuti in un edificio molto particolare, che supponiamo dovesse essere un B&B. Dall’esterno nessuno può immaginare cosa si nasconde all’interno di quella che sembra semplicemente una cascina riattata ma, una volta varcata la soglia, ci si imbatte in qualcosa di molto particolare, al limite del kitch, oserei dire.

Il corridoio che porta alla stanza di Barbie

la struttura non è grande e sembra che i lavori di ristrutturazione siano stati interrotti all’improvviso e ne abbiamo anche (forse) capito il motivo. Le stanze per gli ospiti però sono già praticamente finite, come quella con la vasca rosa, probabilmente la più conosciuta nell’ambiente urbex. Una stanza che sembra essere stata progettata apposta per Barbie: muri a strisce bianche e rosa, tende rosa, e, appunto, la particolarissima vasca rosa con i piedini.

La stanza di Barbie

Fossimo in America in questo particolare periodo, con l’uscita del film su Barbie, qualcuno avrebbe già rilevato la struttura e ne avrebbe fatto il business del momento ma non siamo negli USA e lo sappiamo bene…

Lavori lasciati a metà…

All’interno si trova un’altra stanza sui toni del rosso, sempre molto “Barbie style”, seguita da un’altra sui toni del giallo e del verde (la stanza di Ken?). Sicuramente il progetto originario aveva un suo perchè, anche se nell’insieme tutto risulta un po’ soffocante, oppressivo.

La stanza rossa e (sotto) la stanza di Ken

Bella la cucina al piano terra, inserita in quella che sembra una sala per la colazione. E’ proprio qui che si comprende chiaramente il motivo dell’abbandono: su una parete è presente una profondissima crepa, segno di un evidente cedimento strutturale. Forse è stato caricato eccessivamente il piano superiore, e questo ha causato il problema. Calcoli sbagliati? Superficialità? Chi può dirlo…

L’isola nella cucina

Peccato, perché tra le stanze ultimate c’è la sala con il pianoforte al pianterreno, molto bella, un vero spreco lasciare tutto lì all’abbandono.

La sala con il pianoforte

Purtroppo temo che anche questa struttura seguirà lo stesso destino di oblio e disfacimento di molti altri edifici abbandonati, di cui a breve nessuno si ricorderà più…

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Giochi perduti

Durante le esplorazioni urbane spesso capita di imbattersi in giocattoli abbandonati e ci si sofferma a pensare al motivo per cui siano stati abbandonati anche loro, così come le abitazioni.

Personalmente sono convinta che anche i giocattoli, così come le case, abbiano un’anima o comunque conservino qualcosa di chi li ha posseduti. Comunque stiano le cose davvero a volte sembra che pupazzi, bambole e peluches ti osservino e ti chiedano di far loro compagnia per un po’.

Gli orsi soprattutto abbondano nelle case abbandonate. In una villa del Biellese si trova un grande orso bianco, quasi in posa sul letto di una stanza ormai annerita dalla muffa.

Il grande orso bianco nella villa nel Biellese

In una delle cascine abbandonate del Castello del Drosso, su una vecchia sedia, un altro orso, lacero e sporco, aspetta che chi lo ha lasciato lì torni a prenderlo.

L’orso che attende invano nella cascina del Castello del Drosso

Alcuni peluches si trovano nell’ex manicomio di Vercelli e molti altri aspettano nella “Casa del Santone”, difesi dal piccolo cane lupo posto di guardia davanti alla porta d’entrata.

Il cagnolino di peluche fa la guardia all’entrata della “Casa del Santone”

Non dimentichiamoci delle decine di peluches promozionali dimenticati dentro uno dei tanti stabilimenti abbandonati dell’Olivetti, lasciati lì dopo la fuga precipitosa degli impiegati del call-center a causa di un incendio sviluppatosi nel capannone adiacente.

Uno dei tanti peluches abbandonati all’Olivetti

Molti di questi animaletti sono ormai rovinati, ammuffiti, rosicchiati dai topi o mutilati dai vandali ma continuano, imperterriti, a stare lì e aspettano, aspettano, aspettano per giorni, mesi, anni, che i loro padroncini umani tornino finalmente a prenderli per giocare nuovamente con loro.

Ma quei bambini non torneranno più…

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Il bambino fantasma di Villa Moglia

Quando mio figlio e io abbiamo cominciato a esplorare luoghi abbandonati una delle nostre prime mete è stata Villa Moglia a Chieri, in provincia di Torino. Si tratta di una dimora storica con una lunga storia alle spalle, conosciuta in Piemonte anche per le supposte attività paranormali che si verificherebbero all’interno e perché sede di presunte messe nere.

Noi non siamo cacciatori di fantasmi, né vogliamo esserlo, quindi non li cerchiamo ma siamo aperti a tutto avendo vissuto nel corso degli anni alcune esperienze che si potrebbero definire “particolari”.

Personalmente sono del parere che esista in noi, esseri umani, una sorta di energia che in qualche modo sopravvive anche dopo la nostra dipartita. Chiamiamola anima, coscienza, pensiero… Credo che in qualche modo potrebbe essere una specie di applicazione della legge di conservazione della materia di Lavoisier, il quale sosteneva che nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. Forse in determinati luoghi e in determinate situazioni qualcosa rimane, come un eco, un’impronta o qualcosa di simile.

Ma torniamo a noi e a Villa Moglia. Alla fine dell’esplorazione, mentre guardavamo le foto scattate ci siamo accorti di alcune “anomalie”. Dalla finestra rotta di uno degli edifici posti nel giardino si intravedevano una serie di volti piuttosto inquietanti. Osservando meglio abbiamo capito che molti erano creati da macchie e ombre, e le avevamo scambiate per visi per il fenomeno della pareidolia, ossia quel processo psichico consistente nell’elaborazione fantastica di percezioni reali incomplete che porta a immagini illusorie dotate di nitidezza materiale (dall’Enciclopedia Treccani).

Ma un volto in particolare non si poteva spiegare con questo fenomeno, né era frutto di chiaroscuro, macchie o altro. Si trattava a tutti gli effetti del viso di un bambino, con la testa schiacciata, che faceva le boccacce! Potete vederlo nella foto qua sopra, schiarita, nell’angolo della finestra a sinistra in basso. Ingrandendo il più possibile la foto abbiamo visto i dettagli, ed era proprio un bambino che sembrava prenderci in giro, facendoci la linguaccia con una smorfia divertita. Voleva dirci qualcosa? Forse sì!

Dovete sapere che il terreno su cui adesso sorge la villa nel Seicento ospitava una filanda, attività in cui venivano impiegati anche i bambini, perché pagati meno e usati spesso per lavori che gli adulti non riuscivano a svolgere. Spesso erano sfruttati, picchiati e denutriti e morivano a causa di malattie e infortuni. Tenete conto che nel momento dell’esplorazione non eravamo a conoscenza di questi dettagli, abbiamo approfondito la storia del luogo solo successivamente.

Chissà, forse si tratta davvero del fantasma di uno di quei bambini dimenticati, che per qualche secondo ha voluto farci compagnia. Non lo sapremo mai. Lascio a voi interpretazioni, giudizi e conclusioni. Vi propongo inoltre qualche altra immagine di Villa Moglia.

Se volete conoscere tutta la storia di Villa Moglia e di altri luoghi abbandonati vi rimando al nostro primo libro, A spasso nel passato-Viaggio attraverso il Piemonte dimenticato.

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Il lanificio dimenticato

Il Biellese è stato per lunghissimo tempo uno dei più importanti poli industriali del comparto tessile piemontese. In particolare in questa zona si concentravano molti lanifici, alcuni dei quali sorti già nell’Ottocento. Purtroppo la crisi che ha investito il settore a partire dalla fine del ‘900 ha decretato la chiusura e l’abbandono di molti di questi stabilimenti.

La storia dello stabilimento

I terreni della zona non erano particolarmente adatti all’agricoltura e la principale fonte di reddito degli abitanti era l’allevamento di pecore, con le conseguenti attività di filatura e tessitura, che impegnavano molte famiglie contadine nei periodi invernali, tramite la cosiddetta “industria a domicilio”.

Un’importante famiglia della zona, che proveniva da una lunga tradizione di investimenti nel settore laniero, già nel Settecento risultava tra i maggiori proprietari terrieri della zona, ed era già attiva nell’attività di filatura e tessitura. Uno dei membri ottenne, alla fine dello stesso secolo, la patente di “mastro fabbricatore di panni” dal re Vittorio Amedeo II di Savoia, e si inserì nel mercato con il marchio B.A. La stessa famiglia acquistò nel 1848 una cartiera, ottenendo anche i diritti d’acqua del torrente che serviva lo stabilimento, e lì costruì un nuovo lanificio che nel 1887 venne dotato di energia elettrica.

Una nuova realtà industriale nacque nel 1919 dalla fusione di questa ditta con quella di un’altra famiglia biellese, anch’essa inserita da anni nella produzione e nel commercio di stoffe. La produzione si divideva su due stabilimenti, situati in due distinti paesi, per un totale complessivo di circa 500 telai. Dava lavoro a molti operai, tra cui molte donne e anche molte bambine, impiegate come apprendiste o aiuto agli adulti.

Nel 1926 si producevano tessuti di lana in genere, filatura cardata, filatura a pettine per conto proprio e di terzi, tessitura, apparecchiatura e tintoria. L’azienda esportava verso l’America del Sud, l’Austria, i Balcani, l’Egitto e l’Oriente. L’attività continuò a crescere, tanto che nel 1931 si trasformò in Società Anonima per Azioni. Proprio agli anni Trenta risale un cospicuo ampliamento degli stabilimenti. Nel 1934 si producevano stoffe in lana cardate e pettinate, unite e fantasia, drappeggi per uomo, per forniture civili, militari, per ecclesiastici e per signora, panni di carrozzerie e tessuti per ferrovieri e pompieri.

Anche negli anni Cinquanta lo stabilimento godeva di ottima salute, esportava i suoi prodotti in tutto il mondo e sembrava niente ne avrebbe minato le fondamenta. Invece purtroppo verso la fine del XX secolo le cose cambiarono. L’azienda venne acquisita da un grande gruppo che però probabilmente non è stato in grado di comprendere l’importanza di questo sito industriale. Nel 2010 lo stabilimento versava in uno stato di profonda crisi, definita dalle istituzioni del luogo “a rischio di determinare una situazione di non ritorno”; cosa che purtroppo si è verificata.

L’azienda a capo del gruppo decise di porre fine alla produzione e di licenziare i 61 addetti rimasti. Col tempo però si è fatta strada l’ipotesi che la vera ragione della chiusura dell’impianto non sia stata una vera crisi economica ma il fatto che il gruppo non avesse più intenzione di investire in quell’area del Biellese. Da allora lo stabilimento versa in stato di abbandono.

Da anni si parla di una riconversione degli edifici e del sito, per cui servirebbero circa dieci milioni di Euro, una cifra non indifferente che difficilmente qualcuno potrebbe decidere di investire, men che meno in periodi problematici come quello in cui stiamo vivendo. Proprio per questo temo che il destino di questo immenso complesso sia ormai segnato.

Esplorando…

Si capisce anche solo da ciò che è rimasto che doveva trattarsi di una fabbrica importantissima, all’avanguardia per tecnologia e macchinari, molti dei quali sono ancora lì, con le stoffe impigliate negli ingranaggi, come se la chiusura sia stata talmente improvvisa da non lasciare neanche il tempo di portare a termine le lavorazioni in essere. Anche lo spaccio sembra essere stato abbandonato da un momento all’altro.

Molte stanze sono a soqquadro, come se fosse passato un tornado. Un ufficio presenta i segni di un incendio. Sono migliaia i documenti sparsi ovunque nei vari uffici: bolle, ordini, fatture, appunti… Centinaia di campionari sono presenti in molte zone del complesso e questo permette di farsi un’idea piuttosto precisa riguardo la produzione, che era vastissima e molto sofisticata.

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Eppure rimane, a suo modo, un luogo estremamente affascinante, capace di riportare l’osservatore indietro nel passato, ai tempi d’oro di questa eccellenza dell’industria piemontese, di cui ci si sta dimenticando.

E’ anche questo il motivo che mi spinge a esplorare e fotografare questi luoghi abbandonati, perché non se ne perda del tutto la memoria.

Bibliografia: La Stampa 10/04/2021 ; M. Bassotto Paltò “Donne e lavoro-Industria ed emigrazione nel Biellese” 1998

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Echi lontani

Dai rumori assordanti dei macchinari al silenzio e all’oblio. La storia industriale del Piemonte raccontata attraverso l’esplorazione di alcune tra le più importanti fabbriche abbandonate della regione, di cui adesso rimangono solo più echi lontani.

Echi lontani è il terzo libro della serie A spasso nel passato, viaggio attraverso il Piemonte dimenticato. Come gli altri due anche questo è stato scritto a quattro mani dalla sottoscritta e da Federico Valletta.

Questo libro vi condurrà alla scoperta di alcune tra le più importanti fabbriche abbandonate del Piemonte, aziende un tempo importantissime per lo sviluppo industriale della regione e poi, per una ragione o per l’altra, lasciate cadere nell’oblio.

La prima parte tratta della storia dell’industria italiana, partendo dalla prima rivoluzione industriale fino ad arrivare ai giorni nostri, perché ci è sembrato importante collocare le fabbriche che abbiamo esplorato in un contesto storico più ampio.

Per quanto riguarda le esplorazioni vere e proprie vi portiamo alla scoperta di uno splendido cotonificio in cui il tempo sembra essersi fermato e al cui interno è ancora presente la villa padronale, meglio conosciuta nell’ambiente urbex come la villa dei segreti.

Si passa poi alle officine meccaniche biellesi, per molto tempo indispensabili all’industria automobilistica (e non solo) piemontese e italiana, come si può capire dalle centinaia di progetti e disegni sparsi per terra in quello che era l’ufficio tecnico.

Andiamo anche a Ozzano Monferrato, sede dei più importanti cementifici del Piemonte, in uno dei quali è ancora presente un colossale forno rotante dell’Ansaldo. Di un altro si distinguono ancora le imponenti ciminiere monumentali, scelte come sfondo dai Maneskin per uno dei loro video musicali.

A Vercelli rimangono le vestigia di quella che è stata la più importante fabbrica di caffè cicoria della regione, depredata dai ladri di metalli che hanno letteralmente sventrato la villa padronale al suo interno, lasciando solo il meraviglioso gazebo in stile vittoriano sul tetto..

E che dire dell’imponente zuccherificio di Alessandria, che ci ricorda i tempi in cui l’industria saccarifera italiana era una delle attività trainanti dell’industria alimentare. Un bellissimo esempio di archeologia industriale.

Abbiamo anche inserito una fabbrica di fiammiferi, per testimoniare l’importanza e il primato del Piemonte in questo settore tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Questa esplorazione è stata anche lo spunto per una riflessione sullo sfruttamento dei lavoratori e dei bambini durante le rivoluzioni industriali e sui rischi per la salute di determinate lavorazioni.

Nell’ultimo capitolo abbiamo parlato di un colosso dell’industria Italiana, l’Olivetti, esplorando quello che era il suo più grande stabilimento piemontese. Purtroppo la poca lungimiranza delle istituzioni ha fatto sì che questo simbolo del Piemonte e dell’Italia industriale venisse pian piano svenduto e frammentato, decretandone così il crollo.

Abbiamo poi voluto inserire come “fuori menù” il circuito automobilistico di Morano sul Po, alla cui inaugurazione nel 1973 aveva partecipato anche Arturo Merzario. Qua si disputavano gare di Formula 3 ed altre competizioni, ma dopo solo due anni la pista è stata chiusa a causa delle lamentele degli abitanti del luogo per il troppo rumore.

Se volete scoprire le storie di questi affascinanti luoghi dimenticati e vedere ciò che ne rimane potete trovare il libro su Youcanprint e su tutte le piattaforme di vendita on line. Sono sicura che non rimarrete delusi!

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Il Palazzo d’Estate

Tra tutti i luoghi esplorati uno mi è particolarmente caro: quello a cui ho dato il nome di Palazzo d’Estate. Ci torno praticamente tutti gli anni, di solito -appunto- in estate, quando la luce è migliore perché, come sostengono anche altri amici esploratori, questo è un luogo che la luce rende spettacolare.

Si tratta di una dimora nobiliare ricca di storia e di fascino, un fascino che il tempo non ha scalfito, nonostante la struttura si stia degradando sempre di più (in alcune parti sono presenti dei crolli ed altri purtroppo seguiranno).

Un palazzo nella collina del chivassese, in provincia di Torino, che ha origine nel Seicento e ha visto diversi interventi e ristrutturazioni nel corso dei secoli, l’ultimo nel 1859, come testimonia il mosaico sul pavimento del salone d’entrata.

La scritta riguardante l’ultimo restauro, voluto da due sorelle, ultimato nel 1859

Ma la particolarità di questo luogo è la ricchezza di simboli sacri, esoterici, massonici, disposti qua e là tra la dimora e la chiesa ma anche nel parco, come mi ha fatto notare una mia amica che si occupa di ricercare energie positive e che mi ha confermato qua essercene parecchie.

Uno dei simboli più interessanti è questo, che è di per sé la somma di altri simboli: l’uroboro, la clessidra, l’infinito. Posto sulla cripta della chiesa probabilmente vuole rassicurarci riguardo il fatto che la morte non esiste, che tutto è un ciclo e che siamo tutti parte dell’infinito.

Il particolare simbolo posto sul soffitto della chiesa, sopra la cripta

I soffitti del palazzo sono ricoperti di affreschi, quello del salone d’entrata comprende diverse rappresentazioni delle arti e delle scienze, in cui più volte è disegnato un compasso, uno dei simboli massonici per eccellenza. Anche il soffitto della chiesa contiene un simbolo che dovrebbe appartenere anche alla massoneria.

Una delle allegorie dipinte sul soffitto del salone d’entrata in cui è ben visibile il compasso (non è l’unica immagine in cui questo simbolo compare)
Il simbolo presente sul soffitto della chiesa

Poi tanti angeli, sparsi qua e là sui soffitti della villa, negli affreschi, insieme a scene mitologiche.

Molto emozionante è stato trovare una scritta che per secoli era stata nascosta dalla tappezzeria. Si tratta del messaggio di uno degli artigiani che aveva lavorato ai restauri della villa, lasciato probabilmente in un momento di grande stanchezza. Se la tappezzeria non si fosse scollata non avremmo mai saputo della sua esistenza. Il suo nome era Pietro Davert, e al fondo si legge “sono già stanco”

Il messaggio dell’artigiano

Probabilmente anche la disposizione degli alberi del parco non è casuale. Nonostante la vegetazione abbia invaso tutti gli spazi si possono notare dei cerchi creati dagli alberi più grandi, cerchi al cui interno si percepisce una sorta di energia vitale molto forte.

Probabilmente i proprietari del palazzo erano depositari di antichi segreti, forse erano iniziati a qualche culto misterico, possedevano conoscenze esoteriche. Quello che posso dire con certezza è che si tratta di un luogo che trasmette sempre energia positiva, un luogo in cui sono sempre contenta di poter tornare perché infonde serenità. E’ sempre difficile spiegare a parole certe sensazioni, ma sono certa che chi lo conosce e ci è già stato sa di cosa sto parlando.

Trovate tutta la storia del palazzo d’Estate in uno dei capitoli del mio primo libro, intitolato A spasso nel passato-viaggio attraverso il Piemonte dimenticato.

Vi lascio con qualche altra immagine di questo luogo magico…

Lo scalone…
Una delle stanze al piano nobile
Il cortile principale

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D’in su la vetta della torre antica

Anche se difficile da credere in Italia ci sono moltissimi castelli abbandonati, molti dei quali si trovano in Piemonte. Le ragioni dell’abbandono sono molteplici: problemi finanziari, eredità contese, morte di tutti i possibili successori e via discorrendo. Quello che accomuna tutti questi luoghi è il fatto che sono sottoposti all’inesorabile scorrere del tempo, al degrado, all’incuria e al vandalismo. Molto difficilmente vengono recuperati, perché occorrono ingenti risorse finanziarie, per non parlare di tutti i vincoli delle belle arti a cui questi immobili sono sottoposti e che fanno lievitare i costi di restauro, quindi spesso la loro sorte è segnata senza possibilità di appello. Ed è un vero peccato, perché all’interno delle loro mura sono spesso ancora presenti tracce di storia, ma non solo della loro storia, ma della Storia con la S maiuscola. Sotterranei, pareti, soffitti, manufatti,chiese e soffitte spesso nascondono veri tesori, che non sfuggono all’occhio di chi sa osservare.

Quel che rimane del salone all’ultimo piano del castello di Lercaro (in provincia di Alessandria)

Ad esempio, al castello del Drosso, a Torino, sono ancora presenti evidenti segni del passaggio e del soggiorno di uno squadrone nazista. Un disegno in particolare era stato nascosto sotto una mano di vernice che un amico ha pazientemente eliminato. La storia, anche quella più terribile, non si può negare, non si deve nascondere.

Il disegno fatto dai soldati nazisti in una stanza al pianterreno del castello del Drosso, riportato alla luce recentemente
Una vignetta satirica disegnata dei soldati nazisti nell’ala adibita a dormitorio al primo piano sempre nel castello del Drosso

E che dire di un altro castello, nell’alessandrino, fatto costruire da un importantissimo industriale dei primi del Novecento, Gualino, a immagine e somiglianza di un vero castello medioevale, che ci permette di capire come fossero strutturate queste dimore. Anche questo maniero è stato abbandonato per molti anni e dimenticato fino al punto di non accorgersi che qualcuno vi aveva installato la più grande raffineria di eroina degli anni Ottanta. A chi chiedeva ai soggetti in questione cosa fossero i macchinari che stavano introducendo nell’immobile abbandonato sembra questi rispondessero che servivano a fabbricare gelati…

Uno dei tanti ambienti del castello fatto costruire da Gualino

Un altro luogo molto interessante è il “castello delle ossa”, nell’astigiano, costruito intorno all’anno Mille, la cui chiesa conserva ancora alcuni resti di scheletri nella cripta. Di chi saranno? Del re Berengario che pare sia stato il primo proprietario? Di qualche personaggio importante? Perché nessuno se ne occupa?

La chiesa del “Castello delle ossa” in cui si trovano ancora parti di scheletri…

E vogliamo parlare degli affreschi del cosiddetto castello dei gatti birmani, che narrano alcuni eventi delle crociate a cui uno dei proprietari della dimora aveva partecipato? Dimora che nel corso del Novecento era appunto diventata una sorta di allevamento di gatti birmani, di cui in effetti si sa ben poco. Dove saranno finiti i felini? Un castello che, oltretutto, parlando di Storia, si presenta proprio come dovevano essere questo genere di strutture anticamente. Con le cucine nei sotterranei, ben lontane dalle camere in cui si svolgeva la vita dei proprietari, e che presenta una stanza segreta, murata, in cui sono accatastati mobili e documenti. Perché murarla? Quali segreti nasconde?

Uno degli affreschi presenti nel castello dei gatti birmani
Da qua si accede all’ala in cui si trova la stanza segreta, sempre al castello dei gatti birmani

Anche un castello abbandonato nel vercellese all’ultimo piano nasconde quel che rimane di una bellissima biblioteca, con ancora diversi libri, molti dei quali in francese, a testimonianza della storia della famiglia che ha fatto costruire la dimora e che l’ha occupata fino a qualche decennio fa. Un luogo assolutamente magico, evocativo, affascinante (e piuttosto pericolante, purtroppo).

la biblioteca del castello nel vercellese

Questo è solo un piccolo assaggio, potrei andare avanti all’infinito, ma mi riservo di raccontare la storia e le storie dei tanti castelli abbandonati piemontesi in uno dei prossimi libri che ho intenzione di scrivere insieme a Federico Valletta che, come ho già avuto modo di dire, oltre a essere mio figlio è anche appassionato di urbex come la sottoscritta. Dovrete solo avere un po’ di pazienza.

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La sedia di lillà

Stava immobile nel letto con le gambe inesistenti E una piaga sulla bocca che seccava il suo sorriso Mi parlava rassegnato con la lingua di chi spera Di chi sa che è prenotato sulla sedia di lillà

(La sedia di lillà, Alberto Fortis)

Sanatori, ospedali e manicomi abbandonati sono luoghi dimenticati davvero affascinanti. Tra quelle mura sembra spesso di sentirsi osservati, di percepire ancora qualche forma di energia residua, come se le tante vite, le tante storie che si sono incrociate e succedute lì dentro non avessero ancora concluso il loro percorso.
Forse è semplicemente suggestione, ma davvero l’atmosfera è particolare. Non bisogna dimenticare però che sono stati luoghi di sofferenza e solitudine, di sogni infranti, a volte anche di tragedie. Stanze, corridoi, letti e tante “sedie di lillà” sono ancora lì a ricordarcelo.

In questa foto un delle sedie a rotelle abbandonate nel vecchio ospedale dell’Eremo di Lanzo (To)
Un’altra sedia a rotelle all’Eremo di Lanzo. Qua i pazienti potevano guardare fuori attraverso le grandi vetrate di questa manica che collegava due diversi ambienti
Una delle camere nel cosiddetto “padiglione dei furiosi” all’ex manicomio di Collegno (To)
lettino pediatrico nel manicomio abbandonato di Vercelli (risalente però, con buona probabilità, al periodo in cui la struttura era già stata destinata ad ospitare diversi ambulatori, dopo la legge Basaglia)
Negli ospedali psichiatrici erano presenti anche piccole sale operatorie, per ogni evenienza, spesso anche per le lobotomie transoculari. Questa si trova nell’ex manicomio di Racconigi (Cn)
Non solo i pazienti dormivano negli ospedali psichiatrici. Questa è una delle stanze dei medici, sempre nel manicomio di Racconigi.
Sedie a rotelle e letti abbandonati all’ex manicomio di Vercelli
Anche l’ospedale abbandonato di Biella ha la sua sedia di lillà

Se vi interessa l’argomento potete trovare la storia approfondita di queste e altre strutture ospedaliere abbandonate piemontesi nel libro “Luoghi di confine”, scritto a quattro mani da mio figlio, Federico Valletta, e dalla sottoscritta.