In Piemonte, tra il vercellese e il biellese, a poca distanza gli uni dagli altri, si trovano depositi e treni abbandonati, simboli di quella che è stata una delle più importanti espressioni della prima e seconda Rivoluzione industriale: la strada ferrata
Ce lo ricorda Giovanni Pascoli nella sua poesia La via ferrata, l’impatto della ferrovia nella società di fine ‘800 inizio ‘900; la ferrovia diventa un nuovo elemento del paesaggio e rivoluziona in qualche modo il rapporto dell’uomo con la natura. Anche Carducci nell’Inno a Satana celebra la locomotiva a vapore come simbolo del progresso, che corre in avanti, sferragliando e fumando, togliendo a Dio il primato sul destino dell’uomo.
Per oltre un secolo il treno è stato l’unico mezzo di trasporto utile a coprire lunghe distanze, che prima era impensabile pensare di percorrere in sicurezza e in salute. La rete ferroviaria ha permesso di unire nazioni, popoli e mercati ed è stata fonte di lustro e prestigio per le nazioni che per prime ne hanno visto le potenzialità e l’hanno progressivamente perfezionata, in un mondo in cui, fino a quel momento, si poteva viaggiare solo con la fantasia.


Con l’avvento dell’automobile prima e dell’aereo poi, il treno ha via via perso il suo appeal, anche se rimane ancora oggi uno dei mezzi di trasporto più usati. Eppure, nonostante questo, in Italia riusciamo a mandare in malora depositi e officine ferroviarie un tempo fiore all’occhiello della nostra economia. Nello specifico, qui in Piemonte si trovano, a poca distanza l’uno dall’altro, un piccolo deposito e uno grande, adibito a vera e propria officina ferroviaria, che contiene ancora molti macchinari e oggetti, insieme a qualche vecchia locomotiva e un vagone. A poca distanza, sotto un cavalcavia, si trova anche una vecchia locomotiva a vapore, che starebbe sicuramente meglio in un museo, piuttosto che esposta alle intemperie e ai soliti vandali.

Non è dato sapere quale sarà il destino di queste strutture, che per molti aspetti sono un vero e proprio museo dell’industria e dell’ingegno italiani. Ma noi, si sa, non siamo in grado di valorizzare il nostro patrimonio culturale che giace, il più delle volte, nell’oblio.





