La raffineria della discordia

Qualche anno fa, percorrendo una strada provinciale, mi sono imbattuta in una struttura abbandonata che all’inizio ho fatto fatica a identificare. Solo una volta tornata a casa, grazie al suggerimento di un amico, sono riuscita a capire di cosa si trattasse e a ricostruirne la storia.

L’ingresso della casa del custode, nascosto dai rampicanti

Di quella che doveva essere, almeno nei progetti, un’enorme raffineria adesso rimangono solo due edifici, uno credo ospitasse gli uffici, l’altro l’alloggio del custode. Ma vera la domanda è cosa ci faccia una raffineria di greggio nel bel mezzo del Monferrato. Per rispondere a questo occorre partire dall’inizio. Le informazioni che ho provengono da un articolo de “IlMonferrato.it” del 2019, a firma Aldo Timossi, intitolato La battaglia della Maura.

Uno degli uffici

Ma andiamo con ordine… Verso la metà del secolo scorso, dopo la II guerra mondiale, un imprenditore decise di acquistare un distributore di benzina, creò la ditta SICOM e cominciò a commerciare prodotti petroliferi per autotrazione e riscaldamento della Calfex (unione tra Castrol e Texaco). Dopo qualche tempo l’azienda cambiò nome in MAURA SPA dal nome della figlia del proprietario. Lo stesso proprietario aveva progetti grandiosi per la ditta, che voleva ingrandire e che aveva ottenuto nel 1973 a tal proposito da Roma e dalle istituzioni preposte l’autorizzazione per un ampliamento a 300.000 tonnellate.

Documenti accatastati in una stanza al piano superiore della palazzina degli uffici

I lavori iniziarono, ma l’imprenditore chiese l’autorizzazione per un ulteriore ampliamento, prima a un milione di tonnellate di greggio, poi addirittura a tre. questo portò i comuni interessati a farsi molte domande sull’effettivo impatto ambientale dell’operazione, e dal sì presto propendettero per un no secco, cosa che però non fermò i lavori che presto si scoprì stavano andando ben oltre i permessi per le 300.000 tonnellate. L’idea del proprietario era inoltre quella di collegare l’azienda, tramite 1.800 metri di oleodotto, alla pipeline della SNAM che arrivava (e arriva) a Volpiano.

Gli uffici, ormai devastati

Nel frattempo da Roma si decise per la sospensione di tutte le licenze di raffinazione non ancora utilizzate, come quelle della Maura. Nonostante ciò i lavori continuarono, in un clima per nulla disteso. L’opposizione dei comuni e delle istituzioni locali fece sì che i lavori venissero sospesi nel 1974. Nel 1979 l’azienda venne sottoposta a un concordato preventivo e nel 1984 dichiarò fallimento. Fu venduta all’asta a fine anni ’80 e per un certo periodo venne usata per stoccare materiali petroliferi inquinanti provenienti da altri siti. A fine anni ’90 si decise per una grande bonifica, tutto (o quasi) fu demolito e della Maura non sopravvisse nemmeno il ricordo.

Altri uffici…

Adesso quel che rimane della raffineria è ormai inghiottito, fagocitato dalla vegetazione, devastato dai vandali e dimenticato da tutti. La natura si sta riprendendo, com’è giusto che sia, quello che l’uomo le aveva indebitamente sottratto.

La natura si riprende ciò che è suo…
Casse di carotaggi per verificare l’inquinamento del terreno nel sito della raffineria
La palazzina degli uffici

Fonte: IlMonferrato.it, “La guerra della Maura”, Aldo Timossi, 2019

Pubblicato da Anna Bertino

Nata nel 1967, laureata in Scienze politiche, specializzata in metodologie di studio, consulente scolastica e insegnante di scienze umane, storia e filosofia. Da qualche anno coltiva due passioni: quella per le esplorazioni urbane di luoghi abbandonati e quella per la scrittura, dalla cui unione sono nati già tre libri, "A spasso nel passato-viaggio attraverso il Piemonte dimenticato", "Luoghi di confine-manicomi, ospedali, istituti abbandonati" e l'ultimo, "Echi lontani".

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