Il lanificio dimenticato

Il Biellese è stato per lunghissimo tempo uno dei più importanti poli industriali del comparto tessile piemontese. In particolare in questa zona si concentravano molti lanifici, alcuni dei quali sorti già nell’Ottocento. Purtroppo la crisi che ha investito il settore a partire dalla fine del ‘900 ha decretato la chiusura e l’abbandono di molti di questi stabilimenti.

La storia dello stabilimento

I terreni della zona non erano particolarmente adatti all’agricoltura e la principale fonte di reddito degli abitanti era l’allevamento di pecore, con le conseguenti attività di filatura e tessitura, che impegnavano molte famiglie contadine nei periodi invernali, tramite la cosiddetta “industria a domicilio”.

Un’importante famiglia della zona, che proveniva da una lunga tradizione di investimenti nel settore laniero, già nel Settecento risultava tra i maggiori proprietari terrieri della zona, ed era già attiva nell’attività di filatura e tessitura. Uno dei membri ottenne, alla fine dello stesso secolo, la patente di “mastro fabbricatore di panni” dal re Vittorio Amedeo II di Savoia, e si inserì nel mercato con il marchio B.A. La stessa famiglia acquistò nel 1848 una cartiera, ottenendo anche i diritti d’acqua del torrente che serviva lo stabilimento, e lì costruì un nuovo lanificio che nel 1887 venne dotato di energia elettrica.

Una nuova realtà industriale nacque nel 1919 dalla fusione di questa ditta con quella di un’altra famiglia biellese, anch’essa inserita da anni nella produzione e nel commercio di stoffe. La produzione si divideva su due stabilimenti, situati in due distinti paesi, per un totale complessivo di circa 500 telai. Dava lavoro a molti operai, tra cui molte donne e anche molte bambine, impiegate come apprendiste o aiuto agli adulti.

Nel 1926 si producevano tessuti di lana in genere, filatura cardata, filatura a pettine per conto proprio e di terzi, tessitura, apparecchiatura e tintoria. L’azienda esportava verso l’America del Sud, l’Austria, i Balcani, l’Egitto e l’Oriente. L’attività continuò a crescere, tanto che nel 1931 si trasformò in Società Anonima per Azioni. Proprio agli anni Trenta risale un cospicuo ampliamento degli stabilimenti. Nel 1934 si producevano stoffe in lana cardate e pettinate, unite e fantasia, drappeggi per uomo, per forniture civili, militari, per ecclesiastici e per signora, panni di carrozzerie e tessuti per ferrovieri e pompieri.

Anche negli anni Cinquanta lo stabilimento godeva di ottima salute, esportava i suoi prodotti in tutto il mondo e sembrava niente ne avrebbe minato le fondamenta. Invece purtroppo verso la fine del XX secolo le cose cambiarono. L’azienda venne acquisita da un grande gruppo che però probabilmente non è stato in grado di comprendere l’importanza di questo sito industriale. Nel 2010 lo stabilimento versava in uno stato di profonda crisi, definita dalle istituzioni del luogo “a rischio di determinare una situazione di non ritorno”; cosa che purtroppo si è verificata.

L’azienda a capo del gruppo decise di porre fine alla produzione e di licenziare i 61 addetti rimasti. Col tempo però si è fatta strada l’ipotesi che la vera ragione della chiusura dell’impianto non sia stata una vera crisi economica ma il fatto che il gruppo non avesse più intenzione di investire in quell’area del Biellese. Da allora lo stabilimento versa in stato di abbandono.

Da anni si parla di una riconversione degli edifici e del sito, per cui servirebbero circa dieci milioni di Euro, una cifra non indifferente che difficilmente qualcuno potrebbe decidere di investire, men che meno in periodi problematici come quello in cui stiamo vivendo. Proprio per questo temo che il destino di questo immenso complesso sia ormai segnato.

Esplorando…

Si capisce anche solo da ciò che è rimasto che doveva trattarsi di una fabbrica importantissima, all’avanguardia per tecnologia e macchinari, molti dei quali sono ancora lì, con le stoffe impigliate negli ingranaggi, come se la chiusura sia stata talmente improvvisa da non lasciare neanche il tempo di portare a termine le lavorazioni in essere. Anche lo spaccio sembra essere stato abbandonato da un momento all’altro.

Molte stanze sono a soqquadro, come se fosse passato un tornado. Un ufficio presenta i segni di un incendio. Sono migliaia i documenti sparsi ovunque nei vari uffici: bolle, ordini, fatture, appunti… Centinaia di campionari sono presenti in molte zone del complesso e questo permette di farsi un’idea piuttosto precisa riguardo la produzione, che era vastissima e molto sofisticata.

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Eppure rimane, a suo modo, un luogo estremamente affascinante, capace di riportare l’osservatore indietro nel passato, ai tempi d’oro di questa eccellenza dell’industria piemontese, di cui ci si sta dimenticando.

E’ anche questo il motivo che mi spinge a esplorare e fotografare questi luoghi abbandonati, perché non se ne perda del tutto la memoria.

Bibliografia: La Stampa 10/04/2021 ; M. Bassotto Paltò “Donne e lavoro-Industria ed emigrazione nel Biellese” 1998

Pubblicato da Anna Bertino

Nata nel 1967, laureata in Scienze politiche, specializzata in metodologie di studio, consulente scolastica e insegnante di scienze umane, storia e filosofia. Da qualche anno coltiva due passioni: quella per le esplorazioni urbane di luoghi abbandonati e quella per la scrittura, dalla cui unione sono nati già tre libri, "A spasso nel passato-viaggio attraverso il Piemonte dimenticato", "Luoghi di confine-manicomi, ospedali, istituti abbandonati" e l'ultimo, "Echi lontani".

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